Alive (2014) di Park Jung-bum: la recensione

Alive di Park Jung-bum

Vita e lavoro, lavoro e vita. Due concetti in strettissima simbiosi, quasi un’identità, in Alive di e con Park Jung-bum. Un film sulla fatica di vivere, sul diritto al salario, ad una manciata di soldi per vivere e (forse) fuggire via per sempre.

Il regista coreano ci propone un nuovo lungo spaccato (quasi 3 ore) delle drammatiche condizioni di vita e lavoro al largo della periferia coreana. Lontano dalle luci di Seoul, vista allo stesso tempo come un Inferno e un Paradiso, Alive torna ad indagare i rapporti esistenti tra l’uomo e il lavoro, formando un dittico col precedente The Journals of Musan, in cui si raccontava il tentativo d’inserimento degli immigrati della Corea del Nord nella realtà della Corea del Sud.

In Alive il protagonista Jungchul, impiegato in una fabbrica di pasta di soia, deve raggiungere la quota di produzione che ha promesso al suo capo per poter realizzare un sogno: partire a primavera per le Filippine, viste come una sorta di terra promessa, di miraggio verso una vita migliore e diversa. Ma l’inverno è lungo e la Natura (umana) si abbatte sui prodotti di soia, facendoli ammuffire e ridimensionando ogni sogno di fuga. A fianco del protagonista una sorella traumatizzata dalla perdita dei genitori e una nipotina che, abbandonata a se stessa, si cimenta con gli studi di pianoforte. In Alive, quindi, non c’è solo la più tipica e disperata famiglia disfunzionale del cinema coreano, ma anche una società disfunzionale, che non dà prospettive né tantomeno salari.

Alive, in concorso al Festival di Locarno 2014, è un film che fa percepire e patire il peso del tempo, del clima ostile, della fatica fisica sul lavoro. Un film che contrappone l’uomo alla Natura, ma anche al Destino e agli altri uomini. Un’opera che si alimenta di tanti silenzi, di riprese lunghe e sporche, di una fotografia che azzera i colori, oltre che di un’ostentata mancanza sia di luce sia di una colonna sonora pronta a farci respirare. Alive è un film che soffoca, marcato da una recitazione sofferta ma non manierista e da un indiscusso dominio di suoni d’ambiente (il vento, il lavoro manuale, gli uccellini in gabbia, ecc.). Un film duro, pessimista, scandito da inserti quasi documentaristici, di quel verismo secco, ventoso, quasi verghiano.

Insomma, Alive è un film per pochi, pochissimi. Uno di quelli che chiedono tanto allo spettatore, il quale rischia di non ricevere nulla in cambio, proprio come i lavoratori on screen, che vanno avanti, sempre avanti, controvento, fino a (non) rendersi conto di essere immobili.

Alive (2014) di Park Jung-bum: la recensione ultima modifica: 2015-05-22T19:07:07+00:00 da Tommaso Tronconi

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