Set me free di Kim Tae-Yong: la recensione

film coreano set me free

Set me free di Kim Tae-Yong è un esordio stupefacente per compattezza narrativa, omogeneità filmica e realismo. Classe 1987, a soli 28 anni Kim Tae-Yong dimostra una padronanza del mezzo filmico invidiabile, nonché una limpidezza narrativa pregevole.

Set me free non sembra neppure un film coreano, nei toni, nello stile, nell’aderenza al reale priva di alcun decorativismo tipico del cinema coreano. Sembra un film europeo, forse francese per il sentito realismo con cui ci racconta questa vicenda che prende le mosse da una storia vera. Quella del regista. Set me free è un coming of age che pesca nel vissuto del regista, il quale, a causa di una coppia di genitori alcolizzati e disoccupati, fu affidato da piccolo ad una casa-famiglia nella quale crescere serenamente fino alla soglia della maggiore età. Quindi, allo scoccare dei diciotto anni, i ragazzi affidati sono tenuti a tornare nella propria famiglia d’origine. Il protagonista del film, Young-Jae (Choi Woo-Sik), non volendo tornare a vivere col suo vero padre, cercherà di convincere i genitori affidatari, buoni cattolici praticanti, d’essere portato per la vita da sacerdote, e quindi pronto ad entrare in seminario. In realtà non è proprio uno stinco di santo: ruba le scarpe nuove regalate alla casa-famiglia per rivenderle a scuola…

Set me free è uno spaccato sincero di una giovane anima che vuole sentirsi libera, e felice. È un film sulle colpe di padri che ricadono sui figli, sul peso di responsabilità non assunte dai grandi e scaricate ante tempore sui figli. Ma in controluce è anche un quadro sulla religione cattolica nella Corea del Sud che, ad oggi, superata solo da Filippine e Vietnam, è il terzo paese asiatico per numero di cattolici. Con un incremento che non ha eguali al mondo: dal 1960 al 2010 i cristiani sono saliti dal 2% al 30%, i sacerdoti coreani da 250 a 5.000 oggi (ogni anno 130-150 nuovi sacerdoti).

Set me free è inoltre un film capace di metterci in empatia col protagonista. Infatti, pur compiendo furti e furtarelli e negando la verità su queste sue azioni, non riusciamo a disprezzarlo. Anzi lo compatiamo, poiché capiamo che il suo comportamento è una reazione “incontrollata” a quanto accade intorno a lui, è come un gesto per sopravvivere, sentirsi libero in una morsa di relazioni umane che lo legano, lo mettono nell’angolo, in un certo senso non gli permettono di crescere.

Choi Woo-Sik ha vinto il premio di “Attore dell’Anno” al Festival di Busan.

Set me free di Kim Tae-Yong: la recensione ultima modifica: 2015-11-18T12:19:10+00:00 da Tommaso Tronconi

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