The Handmaiden di Park Chan-wook: la recensione

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Di donne di servizio il cinema coreano ne è pieno. Il massimo esempio è The Housemaid, sia esso il film originale del 1960 di Kim Ki-young sia il remake del 2009 di Im Sang-Soo. Ma è anche pieno di donne schiave, sottomesse, prostrate, come è tipico in molto cinema orientale. Di ritorno dalla sua parantesi americana, Stoker, piaciuto più al resto del mondo che non agli occhi dei coreani, Park Chan-wook torna con un film davvero molto atteso, più per la sua oramai rinomata qualità registica che non per il film in sé.

The Handmaiden, presentato in Concorso al Festival di Cannes 2016, è un film scivoloso, sfuggente, criptico, una sorta di strana sfinge che cambia volto più volte. Indossa più facce, tanto da suddividersi in tre parti con tre essenze narrative diverse. Come dicevamo, anche Park Chan-wook non ha saputo resistere al fascino di girare un film con protagonista una serva, stavolta molto più sveglia e acuta di altre, pronta ad alterare i piani dell’uomo padre padrone di turno per affermare la sua identità ed emancipazione.

Follia, sensualità, ricchezza, borghesia, case-prigione. In The Handmaiden ricorrono tutte le fisse tematiche del cinema di Park, il quale da questo punto di visto inizia a dimostrarsi un pochino limitato, un po’ come un David Lynch coreano, che non sa liberarsi dai ‘fantasmi’ che lo rincorrono. The Handmaiden è un thriller dei sentimenti e degli inganni, con una bella spolverata di erotismo (piuttosto spinto soprattutto nei passaggi lesbo) e una velata critica al regime giapponese che negli anni Trenta, epoca in cui è ambientata la vicenda, è stato come un polipo che tutto può e vuole controllare.

The Handmaiden è un film sulla perversione, sul sadismo (viene ampiamente citato e letto il marchese De Sade), sulla morbosità del potere e sulla sensualità della ribellione. Il ribrezzo e il desiderio, la ripugnanza e la lussuria sono emozioni che si mischiano nei personaggi, strutturando le loro indoli verso un finale che vive su più colpi di scena dove non mancano una vendetta piena di sangue e un elogio del piacere sessuale.

Siamo quindi di fronte ad un film complesso, forse troppo tirato per le lunghe, che sulla lunga distanza perde in pathos, un film che si ciba dell’estetismo idolatrato da Park e dal suo fido direttore della fotografia Chung Chung-Hoon. C’è tanto dentro, forse troppo, e molto ci appare, come spesso accade col sesso, come un “guardare ma non toccare”. Ecco, The Handmaiden ha il difetto di lasciarci troppo spettatori, neppure troppo empatici a dire il vero, di qua dalla vetrina, a toccarla, a farci le ditate, a leccarla, lasciandoci (in)soddisfatti a metà.

The Handmaiden di Park Chan-wook: la recensione ultima modifica: 2017-01-08T18:00:55+00:00 da Tommaso Tronconi

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