The Third Murder di Hirokazu Kore-Eda: recensione

film giapponese the third murder

Recensione del film The Third Murder di Hirokazu Kore-Eda.

Scritto da Vanessa Forte.

Ad oltre vent’anni dall’esordio datato 1995, quando con Maboroshi No Hikari vinse un’Osella d’oro per la migliore fotografia, il regista nipponico Hirokazu Kore-Eda è tornato in concorso alla kermesse lagunare con il suo nuovo straordinario film, The Third Murder (Sandome No Satsujin).

Il principe del foro Shigemori (Fukuyama Masaharu), pur avendo pochissime possibilità di vittoria, assume la difesa del signor Misumi (Yakusho Koji), sospettato di rapina e omicidio dopo aver già scontato un’altra pena simile lunga trent’anni. Essendosi già dichiarato colpevole, egli rischia seriamente la pena capitale. Man mano che prepara il caso, ascoltando le varie testimonianze, soprattutto quella del suo assistito, l’avvocato comincia a sentire la propria sicurezza vacillare, portandolo a pensare che il suo cliente sia in realtà innocente e che sarà dunque lui il terzo assassinato.

Partendo come un legal thriller algido, The Third Murder trae subito in inganno. Sembra infatti allontanare Kore-Eda dai drammi narrativi che sono la sua abituale cifra stilistica, con la costante ricerca di contatto, indulgenza e supporto umano reciproco, lasciandoci allo studio della quotidianità e di un passato che segna il presente. Ma non è così. Sono sempre lì, e si nascondono e riflettono in tutta l’opera.

Con una sceneggiatura tortuosa ma del tutto ponderata, The Third Murder, sia dal punto visivo che da quello narrativo, è incentrato su un ammirevole e precisissimo gioco di specchi, allo scopo di rappresentare, tassello dopo tassello, due facce della stessa medaglia che, alla fine, fondendosi, riveleranno l’imperfezione dell’uomo come individuo e come entità sociale. The Third Murder è dunque un’analisi molteplice e lucidissima dell’indole umana e delle nostre necessità.

Il cineasta giapponese mette in luce il profondo divario e la differenza esistente tra i concetti di giustizia e verità. La prima, mettendo insieme fatti, prove e testimonianze mira ad ottenere una sentenza definitiva, quindi possibilmente oggettiva e imparziale. La seconda, essendo legata e dipendendo da un punto di vista personale è, conseguentemente, soggettiva e dunque mutevole e parziale. La verità è perciò un principio inattuabile che rende la giustizia fatua.

Per rendere palpabile questo continuo cambio di prospettiva che riporta lo spettatore sempre al punto di partenza, Kore-eda lavora per contrapposizioni e riflessi. La cupa fotografia di Mikiya Takimoto è dominata dai bianchi e dai neri, opposti e complementari. I tempi, segnati dalla musica di Ludovico Einaudi, sono lunghi, estesi, come per dare il tempo di pensare, quando invece i dialoghi sono incalzanti. Anche gli attori sono quasi sempre contrapposti, divisi dal vetro della sala interrogatori del carcere. Ma mentre le mani, che cercano il contatto, rimangono fisicamente separate dal vetro, i loro volti, riflettendosi e ruotando, si sovrappongono e si uniscono, con il viso riflesso che spesso domina quello vero, perché è nella natura umana essere molteplici e dominati dalla nostra parte più nascosta. Una maestria registica che avrebbe certamente meritato un riconoscimento al 74esimo Festival di Venezia.

The Third Murder di Hirokazu Kore-Eda: recensione ultima modifica: 2017-09-05T22:41:59+00:00 da Tommaso Tronconi

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